ASSOCIAZIONE  NAZIONALE CITTADINI  ITALIANI  E  FAMILIARI RIMPATRIATI  DALL’ALBANIA
A N C I F R A

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Appunti di un rimpatrio.

Dal lontano settembre 1943 (l’armistizio) ci è voluto quasi mezzo secolo per poter legalizzare ed attuare il rimpatrio dei cittadini italiani intrappolati dalla dittatura comunista albanese dopo la seconda guerra mondiale. L’accordo del 14 marzo 1945 tra il Capo del Governo Albanese Enver Hoxha ed il Sottosegretario di Stato alla Guerra, avv.Mario Palermo, nel suo 1° punto diceva:

Il governo albanese aderisce alla proposta di S.E. il Sottosegretario di Stato alla Guerra avvocato Mario Palermo per il rimpatrio di tutti gli italiani attualmente residenti in Albania, ad eccezione delle imprese italiane e di quegli specialisti che sono indispensabili alla ricostruzione del Paese..

Proprio nel 50° anniversario del documento abbiamo scoperto che al dittatore Hoxha per compromesso gli è stata data mano libera di trattenere d’autorità un imprecisato numero di lavoratori “specialisti” nonché le imprese considerate come indispensabili alla ricostruzione del Paese: questa clausola verrà interpretata in modo estensivo da parte albanese, ed a tempo indeterminato, combinando.quel calvario partendo dal nostro diritto al rimpatrio

che:

1-     dal dittatore albanese non fu mai stato concesso, anzi per sempre da noi considerato un sogno molto pericoloso.

2-     per il governo e lo stato Italiano fu un dovere troppo difficile da mettere in atto e più facile da congelare per quasi mezzo secolo.

3-      per i nostri parenti in Italia diventò un desiderio sfumato nel tempo, oppure una fortuna che eliminò un concorrente nella divisione dei beni patrimoniali;

4-     per i sottoscritti sempre un sogno che più si allontanava più “bello” diventava.

Solo a seguito degli eventi del 1990 cioè il crollo dei regimi comunisti dell’Est, il Decreto del Ministro degli Affari Esteri del 13.02.1992 seguiti dai decreti del 1994 e 1997 autorizzò quel rimpatrio. L’operazione è stata organizzata dal Ministero degli Esteri sotto il nominativo C.O.R.A. (Comitato Operativo per i Rimpatriandi dall’Albania) riconoscendo a loro lo status di profugo. Tanti altri, rischiando la vita, rimpatriandosi prima d’iniziativa personale, hanno perso il diritto allo status con tutte le agevolazioni d’inserimento.

Chi erano i cittadini italiani rimpatriati dall’Albania?

Erano circa 80 cittadini italiani che con i loro figli (anch’essi cittadini italiani ) oggi rappresentano circa 300 nuclei famigliari:

¨      Coppia di cittadini italiani, di cui il marito prestava servizio militare in Albania o attività imprenditoriale;

¨      Madre italiana e padre albanese, ex militare dell’esercito italiano in Italia o altrove, rimasti in Albania dopo gli eventi dell’autunno ’43;

¨      Madre italiana e padre albanese con attività imprenditoriale in Albania;

¨      Padre italiano (militare) e madre albanese.

L’autunno del ’43 trovò queste famiglie nelle situazioni seguenti:

q  Marito deportato nei campi di concentramento da parte dei tedeschi fino al 1945 per poi essere rientrati in Albania per ricongiungersi alle loro famiglie e nella speranza di un rientro in Italia;

q  Intera famiglia, nell’impossibilità di un immediato rientro in Patria, rifugiata nelle zone più remote del paese in riparo dai tedeschi e nella speranza che, una volta finita la guerra, si potesse rientrare in Patria;

q  Ex-militari italiani che, per salvare la vita, dal doppio pericolo (i vecchi nemici comunisti albanesi ed i nemici nuovi, i tedeschi) hanno dovuto accettare i più svariati lavori umili al servizio delle famiglie contadine o in città che gli nascondevano, aspettando la fine della guerra, ed uno sperato rimpatrio;

q  Ex-militari italiani che, per salvare la vita, da quel doppio pericolo hanno dovuto accettare l’inquadramento nelle formazioni dei partigiani albanesi (il battaglione Antonio Gramsci ecc…), aspettando la fine della guerra, ed uno sperato rimpatrio;

Leggendo “LA GUERRA PIU’ LUNGA” e “UNA VITA IN DITTATURA” si può scoprire che:

¨      La fine della guerra è stata una grande ed imprevista delusione per le famiglie italiane in Albania. Tanti ex-militari o intellettuali si sono trovati in carcere come “agenti dell’imperialismo”, “sabotatori”, “ex-fascisti odiosi” o “nemici della rivoluzione”, come il linguaggio del regime definiva i cittadini stranieri residenti in Albania. Faceva parte del comportamento diffuso dal regime, la precauzione di tipo sovietico per cui, invece che avere tra i piedi probabili oppositori, è meglio farli marcire in carcere.

¨      In sostanza hanno avuto via libera al rientro in Patria solo ex-militari italiani che, dopo l’autunno del ’43 sono stati inseriti nelle formazioni partigiane del futuro regime comunista e che non servivano più al dittatore. Lui con l’accordo del 14 marzo 1945 poteva tenere per quanto voleva chiunque gli serviva nei suoi affari sporchi nel consolidare la sua posizione di dittatore. Gli italiani trattenuti, dopo inutili richieste di rimpatrio più volte ripetute, si sono accorti dell’impossibilità di un rimpatrio e si sono rassegnati al destino.

¨      Così, ebbe inizio il nostro calvario di sofferenze e umiliazioni, dimenticati dal mondo e, perché no, anche dai governi del nostro paese d’origine. Facile preda della cosiddetta lotta di classe, i cittadini italiani in Albania hanno dovuto consumare la loro esistenza, prima, nella speranza di un miracolo che non si è mai verificato, poi nella chiusura della loro identità culturale per non essere esposti eccessivamente alla furia degli eventi rivoluzionari del paese. La comunità italiana ha dovuto fingere di non esistere, ha dovuto fingere di non avere una memoria storica, ha dovuto smettere di sognare un futuro di identità culturale maturata in piena libertà. Tutto questo per non subire quella violenza assurda del regime contro ogni straniero, simbolo del diverso e del nemico della rivoluzione.

¨        Gli anni ’60 segnarono l’inasprirsi della lotta di classe con la conseguente abolizione della religione. La nuova Costituzione sancì come unica ideologia del paese il marxismo-leninismo. Fatto inaudito nella storia moderna ! Le famiglie italiane, come tante altre famiglie albanesi fortemente cattoliche, hanno visto sottrarsi parte della loro identità. Se è vero che la religione cattolica, il razionalismo greco, la tolleranza verso le idee più diverse e lo spirito critico vengono considerate come pilastri dell’identità culturale europea, è altrettanto vero che quelle famiglie nella loro intimità, con l’abolizione della religione, hanno visto crollare parte della loro identità storica e culturale. Da quel periodo si è vissuto con grande spavento per il futuro dei loro figli in un mondo così crudele e assurdo.

¨        La chiusura totale economica e culturale dal resto del mondo, nonostante i buoni rapporti dei cittadini italiani con la popolazione del paese, trovava sfogo nella caccia al nemico interno come causa di tutti i fallimenti del regime. Deformandogli gli aggettivi italiano e italiana, diventano nominativi molto diffusi come talion per chi avesse un’origine italiana e talianka per le nostre madri. Perfino i nomi: Giuseppe), Alberto, Roberto, Giorgio diventano nella versione albanese Zefi, Alberti, Roberti, -Giorgi, perché la o per loro era la tipica desinenza di un nome di provenienza fascista. E’ doloroso dire, ma nello stesso tempo doveroso, che si è vissuti da fascisti italiani in Albania per poi diventare extracomunitari albanesi in Italia, forse per l’istinto di difesa verso qualsiasi provenienza da quel martoriato paese.

¨        Sempre abbiamo dovuto subire come figli di ex-fascisti. Non si possono mai dimenticare i nostri amici Andracchio, Baldini, Guarneri, Cieno e tanti altri come loro, che solo perché figli di ex-ufficiali o intellettuali italiani hanno dovuto vivere per tutta la vita in località sperdute, in domicili forzati (baracche) imposti dal regime, in campi di concentramento ed anche in carcere come i loro genitori, si ricordano le signore Iorio, Andracchio, i signori Baldini, Cieno, Guerneri ecc…perché con coraggio hanno preteso il rimpatrio, hanno tentato o tenevano contatti con la nostra Ambasciata a Tirana, o perché dopo essere spremuti e sfruttati al massimo dovevano servire come vittima per tutti i fallimenti nelle loro imprese propagandistiche. Per recarsi a scuola, i loro figli dovevano camminare per ben due ore tra piogge e venti gelidi invernali, arrivando spesso bagnati fino alle ossa. Lo sporco fascista, si diceva, non merita altro. E quelle facce serene e tranquille, che pur soffrendo l’umiliazione e la violenza, non esprimevano che bontà e rassegnazione.

¨       La comunità italiana non ha mai avuto la possibilità di comunicare  con l’autorità  consolare accreditata a Tirana e tanto meno con le autorità, i famigliari e gli amici in Italia. Il materiale di ogni tentativo di questo tipo veniva censurato e conservato curatamene come prova dell’accusa prevista dal famoso articolo nero della costituzione “agitazione e propaganda contro lo stato”, con la condanna a non meno di 10 anni di galera. Separazione e divieto assoluto di rivedere la Patria . A partire dagli anni ’60 si è potuto vedere qualche donna italiana rientrare in Italia per riabbracciare i genitori, le sorelle o i fratelli a casa, oppure onorarli nei cimiteri perché trovati morti. Tanti altri, non potevano neanche sognare questo privilegio costoso (dal punto di vista materiale e specialmente morale) verso gli organi informativi dei servizi segreti del regime. Tanti ancora oggi vivono il terrore delle loro pressioni e qualcuno si vergogna a vedersi in faccia per qualche sbaglio imposto.

¨      Negli anni ’60 il governo albanese impose ai cittadini italiani la cittadinanza albanese, come fece anche con i cittadini di origine greca. I cittadini italiani in Albania non hanno mai rinunciato alla cittadinanza italiana davanti all’autorità consolare del posto, come previsto dalla legge italiana, conservando quel diritto per sé e per i loro figli fino al momento del rimpatrio.

¨      Uno degli aspetti più dolorosi di questo lungo calvario di sofferenze è stato il problema linguistico. Dava fastidio all’orecchio vigile del regime sentire parlare la lingua italiana, diventata un simbolo fortemente significativo della civiltà occidentale e, quindi, del mondo nemico. Non poter parlare la lingua materna, doverla studiare quasi di nascosto, non riuscire a trovare un libro scritto in italiano, significa perdere l’elemento essenziale di una identità culturale, di cui i nostri genitori e specialmente le nostre madri andavano fiere.

Concludendo:

Si è sempre parlato della mostruosità dei regimi dell’Est. Le famiglie italiane sono state private dal diritto di scegliere liberamente dove vivere. La lotta di classe, la critica all’imperialismo e al capitalismo mondiale, come si diceva nella logica della propaganda più spregiudicata del regime, trovava in Albania un capro espiatorio, una comunità di cittadini, vittime di guerra, costretti a vivere in un paese che loro non hanno mai scelto liberamente. Quindi, si è dovuto continuamente subire al minimo lo sguardo severo e le discriminazioni in pubblico del Commissario del Partito del Lavoro (Comunista) e dell’agente di polizia del quartiere, per arrivare poi alle loro bastonate e torture nei campi di concentramento e nei carceri che nella caccia al nemico, non esitava ad individuare in noi la peste nera, il sabotatore, il borghese, anche se in noi di borghese c’era rimasto poco.

Si è visto onorare e ritirare i resti dei soldati italiani morti nelle terre lontane della Russia, in Cefalonia (Grecia), dall’Albania. E si è dimenticato che ci sono anche reliquie viventi di quella guerra lontana e dolorosa, che per cinquant’anni hanno cercato di nascondere parte della loro identità, perché la loro identità, pur essendo nel loro intimo un motivo di orgoglio, non portava che dolore e amarezza ad una esistenza fatalmente circoscritta con la fine della grande guerra.

Il genitore e specialmente la madre italiana (perché di padri ancora vivi ne è rimasto solo uno), lasciando alle spalle umiliazioni e sofferenze, rientra nel suo paese dopo quasi mezzo secolo. Il rimpatrio non è, ovviamente, tutto rose e fiori. Spesso le difficoltà deludono le sue convinzioni e le sue speranze. A volte, si ha la sensazione che Lei e i suoi figli si trovino tra due nazioni, senza una patria e senza un’identità per vivere serenamente la propria esistenza. La vera identità necessita di un pieno riconoscimento da parte dello Stato, la legalizzazione della posizione secondo leggi vecchie e nuove. La donna italiana rientra nel suo paese, a volte, spegnendosi nella delusione delle grosse difficoltà, abbandonata in una silenziosa sofferenza per non scoprire le amarezze..ai propri figli.

Lasciamo giudicare alla coscienza di chi sente la minima responsabilità (anche se i veri responsabili è difficile trovarli) e darci un consiglio su cosa può pretendere oggi questa piccola comunità dimenticata nelle condizioni prescritte e farla ritornare a vivere serenamente.

Oggi stiamo chiedendo il minimo indispensabile per assicurare una vecchiaia dignitosa, tranquilla e serena e quindi:

il risanamento della nostra posizione previdenziale.

L’argomento si tratta dal 1997 e solo negli ultimi 3 anni ha preso strada arrivando già ad un progetto di provvedimento legislativo studiato dal Ministero del Lavoro (l’Ufficio Legislativo) in collaborazione con l’INPS, il Ministero delle Finanze, il Ministero degli Esteri, il Ministero per gli Italiani nel Mondo e ANCIFRA, basato sul modello esistente a favore dei rimpatriati dalla Libia.

Non tanto per trascurare quello che hanno subito i concittadini rimpatriati dalla Libia quanto per mettere in evidenza le differenze che convincono di risanare in modo urgente la nostra posizione previdenziale, conviene sottolineare quanto segue:

1.- In Libia i nostri concittadini sono andati per loro scelta e potevano tornare quando volevano.

- In Albania, rispondendo anche al dovere della Patria, siamo rimasti intrappolati, dimenticati e con il diritto al rimpatrio assolutamente negato.

2.- In Libia si lavorava con una retribuzione paragonabile a quella in Italia, se non migliore.

- In Albania in cambio di un lavoro quasi forzato, e certi nei campi di concentramento e in carcere, la retribuzione bastava solo a sopravvivere.

3.- Lavorando in Libia, non si sa, se per  motivi economici, legislativi o di comodità loro non hanno versato regolarmente i contributi e più in là non hanno potuto riscattarli.

- Dall’Albania ermeticamente isolata dal mondo, con una retribuzione di sopravvivenza non cera nessuna possibilità pratica, legale ed economica di far questo e per di più di riscattare oggi (mediamente si calcolano tra i 60 ai 75 mila euro per persona da versare entro il massimo di 5 anni).

4.- Dalla Libia sono tornati dopo aver capitalizzato qualcosa.

-          Dall’Albania siamo rimpatriati dopo aver venduto quel poco che avevamo per affrontare le spese del rimpatrio.

5.- Rimpatriati dalla Libia al massimo dopo 12 anni, sicuramente hanno trovato il loro patrimonio in Italia intatto perché a custodirlo non impediva niente, ed in Libia probabilmente gli sarà rimasto qualcosa che speriamo di riaverlo il più presto possibile.

- Rimpatriati dall’Albania, dopo quasi mezzo secolo noi non abbiamo trovato niente del nostro patrimonio perché impossibile custodirlo per un periodo cosi lungo di assenza, specialmente da quella posizione assolutamente isolata; ed in Albania, non abbiamo più niente.

6.- Il decreto legge del 29 marzo 1991, n. 103 convertito in legge con la legge del 1° giugno 1991, n. 166 conosce a favore dei rimpatriati dalla Libia la ricostituzione nell’assicurazione generale obbligatoria delle posizioni assicurative ai periodi di lavoro effettuato in Libia, ricostituzione che dava titolo ad un accredito per ciascuna settimana lavorativa prestata in Libia, del contributo base corrispondente alla classe media di contribuzione in vigore in Italia nei periodi cui l’accredito si riferisce ed i relativi oneri determinati ai sensi dell’ art. 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, posti a carico della gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali di cui all’art.. 37 della legge 9 marzo 1989 n. 88.

- Rimpatriati dall’Albania, per questa carenza legislativa noi ci troviamo in una posizione incerta assicurativa, previdenziale, per cui già tanti stanno subendo le conseguenze.

7.-I rimpatriati dalla Libia erano in migliaia, e per lo Stato fu davvero un impegno economico-finanziario.

- I rimpatriati dall’Albania sono in poche centinaia, e.risolvere la situazione critica in  qui già tanti  versano, per lo Stato sarà solo un piccolo impegno doveroso più di carattere morale che economico-finanziario.

La dignità dell’uomo fonda sulla libertà e quest’ultima su una condizione economica di minima indipendenza. Ci terrorizza l’idea di diventare parassiti o barboni solo perché i nostri genitori hanno fatto il dovere verso la Patria.

Ci rivolgiamo sempre con fiducia a Chi crede nei valori della libertà e della giustizia umana.

-          Guarneri  AMBROGIO nato a Tirana il 12/06/1955; vita trascorsa nella sua maggior parte nei campi comunisti di concentramento, insieme a sua madre.L’unica colpa: figlio di Guarneri Mario, cittadino italiano, ingegnere edile, sfruttato come previsto dall’Accordo Hoxha-Palermo per la ricostruzione dell’Albania dopo guerra, sempre negato il diritto di rimpatrio e non solo, per poter sfruttarlo al massimo, considerato sabotatore e condannato a 101 anni di galera; rimandato in Italia separandolo dalla moglie ed il figlio i quali subirono per anni le conseguenze. Non ha mai potuto conoscere suo padre, solo da qualche foto, qualche documento, o articolo dei giornali comunisti che lo descrivevano, sabotatore  e agente dei nemici della patria, ecc…Alla sua unica possibilità di rimpatrio nel 1991 non trovo suo padre perché deceduto. Lavora, ma la sua posizione previdenziale come quella di sua moglie e sua madre sono  completamente incerte. Sua madre da tempo vive solo con l’assegno sociale, fine che aspetta anche lui.

-          Cieno  PIERINO nato a Tirana il 31/03/1951; vita trascorsa nei campi comunisti di concentramento con sua madre, sua moglie e i suoi figli, due dei quali sono nati li. Unica colpa: figlio di Cieno Leone, cittadino italiano ingegnere, sfruttato come previsto dall’Accordo Hoxha-Palermo per la ricostruzione dell’Albania dopo guerra, negato il diritto di rimpatrio e non solo, per poter sfruttarlo al massimo, viene considerato attentatore, condannato ed espulso separandolo dalla moglie ed il figlio i quali subirono le conseguenze per tutta la vita sotto quel sistema dittatoriale comunista. Lui condannato a morte per i suoi pensieri contro il regime, sentenza mai eseguita per la caduta del sistema.. Ha avuto la fortuna di vedere suo padre nel 1990 solo per poche ore. Lavora, ma la sua posizione previdenziale come quella di sua moglie e sua madre sono  completamente incerte. Sua madre da tempo vive solo con l’assegno sociale, fine che aspetta anche lui.

-          Rubolino  GIORGIO nato a Durres il 06/05/1947 cresciuto in orfanotrofio, è stato sempre umiliato, sempre nel mirino e prima vittima delle pressioni dell’ideologia comunista; questo solo perché figlio di Rubolino Nicola Giuseppe, cittadino italiano, partecipe nelle formazioni militari in Albania e salvato dalla famiglia di sua moglie dopo l’armistizio. Mai ha potuto conoscere suo padre in persona; mai ha potuto neanche pensare di avvicinarsi all’Ambasciata Italiana chiedere il rimpatrio. Nel 1991 al suo possibile rimpatrio ha trovato suo padre già morto. Lavora ma, tra poco non saprà come andar avanti perché sia lui che sua moglie e sua madre si trovano in una posizione previdenziale completamente incerta. Sua madre 86 anni è invalida cieca e vive con l’assegno sociale e l’indenità di accompagnamento anche se in Albania ha lavorato più di 40 anni.

-          Alberto  FRASHER, nato nel novembre del 1945 a Berat dove sua madre M. Venturi era deportata e suo padre P.F. Frasher, ex militare al Quirinale e successivamente ufficiale della Guardia di Finanza in Albania, dopo il campo di Concentramento in Pristina, era rinchiuso nelle carceri del regime comunista per il solo motivo di aver chiesto con determinazione il rientro della sua famiglia in patria (Italia). Cresciuto con una identità sofferente, con la lingua materna da pronunciare a bassa voce, la religiosità violata da una Costituzione comunista, ha vissuto da italiano fascista in Albania per poi trovarsi abbandonato in Italia. Professore di matematica lavora ma non sa come andrà avanti tra pochi anni quando non potrà più lavorare, perché la sua posizione previdenziale per gli anni lavorati in Albania è completamente incerta.


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